Testimonianze e Osservazioni

Si ringrazia vivamente chi, per trasporto critico o semplice curiosità, ha rilasciato un nobile pensiero,

contribuendo così a ravvivare un’irrinunciabile spirito di confronto sul quale capitalizzare e riflettere.

Domenico Francesco A.

30 aprile 2026

“Da piccolo ero profondamente affascinato dalla sigla dell'"Almanacco del Giorno Dopo". Era un mix ipnotico per me incredibile ed estremamente bello: la melodia di Chanson Balladée, con quel suo sapore medievale così orecchiabile, e le immagini nel caleidoscopio che trasudavano quella saggezza popolare quasi inafferrabile. Erano pillole di conoscenza illuminanti, preziose in un’epoca in cui l’informazione non era a portata di click come oggi. Finalmente sono riuscito a prendermi il giusto tempo per godermi il progetto Castrum Baruli (scusami se ci ho messo un po'...). Quando sono approdato alla sezione dei chiaroscuri di tuo nonno Domenico, ho ritrovato esattamente quella sensazione d'infanzia: una sapienza antica, quasi mistica. La produzione a colori, d’altro canto, sembra scaturire dalla mano di un altro artista... ora mi è tutto chiaro: l’arte ce l’hai proprio nel DNA. Trovo affascinante la sua dialettica cromatica, in cui il sacro ed elementi come il mare e le acque dominano la scena, creando suggestioni di rara potenza. Per quanto riguarda la parte tua... sapevo che avessi un tocco fuori dal comune, ma qui siamo davanti a un artista completo e maturo, Paolo.”

Fabio M.

3 maggio 2026

“C’ho pensato un po' e ora so dirti una cosa, la prima, sulla mia personale lettura delle tue opere. Mi riferisco alle opere del mito, in particolare, che più di tutte mi colpiscono. Non aspetti di tecnica, perfezione realizzativa, cura millimetrica del dettaglio. È piuttosto il significato che hanno per noi, che siamo fratelli da più di tremila anni senza accorgercene. Leggere quelle opere è come leggere i segni archetipici del nostro mondo. Come leggere le opere di Omero, l'Antico Testamento o i Dialoghi con Leucò. Quando li leggiamo sappiamo già quelle cose, perché quei miti sono così vivi in noi, così parte del nostro essere, così dentro ai nostri geni, che ci ricordano che noi siamo fatti di quella materia e possiamo dire che noi esistiamo da tremila anni, come se non fossimo mai nati, ma comparsi nel Mediterraneo ai tempi delle forze irrazionali dei Titani. Abbiamo visto arrivare gli Olimpici e mettere i Titani in vincoli. Abbiamo visto arrivare le navi di gente che non parlava la nostra lingua e che comunque capivamo. Abbiamo visto piantare il primo ulivo. Abbiamo visto capre saltare sulle forre degli aspri monti, duri di pietraie e cardi, cotti dal perpetuo sole. Abbiamo visto persino arrivare un solo dio che ha detto di sacrificarsi per noi (questo, francamente, mi sembrava un po' troppo, ma tant'è). Abbiamo visto le città alla fondazione, con il fegato degli uccelli, l'aratro e il mundus. Abbiamo visto quei posti prima di ogni altro occhio umano. Abbiamo parlato alle nuvole, al monte, agli abissi, perché allora rispondevano. Ecco, questo è solo una piccola parte di chi ha vissuto questi oltre tremila anni nei nostri posti. Tutti noi lo portiamo dentro e non ce ne accorgiamo. Poi, capitano chi come te queste cose le vede e le sa dire. In realtà, le tue opere muovono qualcosa di così profondo che non ha ancora un nome e una forma esatta. Ma è legata a quello che proprio noi siamo e che ci lega alla nostra terra e al nostro mare. Tu lo hai saputo tirare fuori. Ha su di me un effetto simile alla prosa di grandi scrittori della nostra storia o, strano a dirsi, il Parsifal di Wagner. Non so perché, ma muove qualcosa di profondo e inconscio. Un giorno, lo so, lo capirò e lo fisserò in qualche modo. Non ho menzionato a caso i Dialoghi di Leucò, un testo dell'ultimo secolo, che ho letto recentemente. Lo ha tirato fuori di nuovo. È quel qualcosa che sappiamo istintivamente da millenni ma così antico, stratificato, divenuto gesto quotidiano, al punto che non ci si sofferma su da diverso tempo. E ora è difficile riannodarne i fili. Ma è sempre là.”