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...resta ispirato dalla candida celebrazione dell’essenzialità”.
Quel che Castrum Baruli rappresenta si erge su un patrimonio di valori lasciato in eredità da un artista dello scorso secolo, la cui espressività sostanziale ed accattivante è stata animata da uno stile pittorico sobrio, dai tratti marcati e dalle latenze materiche in cui riverbera un’attenta ricerca del vero, tra richiami al passato e visioni nostalgiche.
Opere Anonime e Riadattamenti Grafici di
Domenico Ricco
Il Chiaroscuro
I colori
GALLERIA “IL CHIAROSCURO”
Proverbio n.1
Proverbio n.2
Proverbio n.3
Proverbio n.4
Proverbio n.5
Proverbio n.6
Proverbio n.7
Il trabucco di Barletta
Un seminatore
Bagnanti
Coltivatrice africana
Al pozzo
GALLERIA “I COLORI”
Natura morta con fiori
Lampare al tramonto
Visioni Turche
Madonna delle Rose
In riva al lago
Barche al tramonto
Paesaggio al tramonto
La riparazione delle vele
Cristo in Croce
Lavandaie al fiume
Madonna del Carmelo
Approdo sul lago
Pescatore al tramonto
Carrozza in viaggio
Carrozza su sterrato
Sacro Cuore di Gesù
L'Agnello e il Lupo
Albicocche in natura morta
Barche al tramonto
A Parigi
Ritratto di Bambina
Rive
La nascita di Venere
Un granchio
Un cacciatore
Lampare alla sera
Paesaggio al tramonto
L'approdo
Il guado
Il Pagliaccio
Natura morta con fiori
Uno sguardo all’Artista
Nato a Barletta l’11 febbraio 1919 in una famiglia di modeste origini, l’Artista Domenico Ricco si è fatto portavoce delle aspirazioni e difficoltà di un’Italia meridionale cresciuta tra due guerre mondiali e messa ai margini da un progresso sociale ed economico distante dall’omogeneo. Sin dai primi anni, Egli si è confrontato con una società in profonda crisi post-bellica, gravata da diffusa disoccupazione, instabilità e forte senso di disillusione per le perdite territoriali che disattesero il Patto di Londra. In questo quadro di disorientamento sociale, che stava assistendo all’ascesa del regime fascista, l’Artista trovò la sua strada lavorando come “scalpellìno” presso il cimitero comunale, adoperandosi alla tenera età di quattordici anni nelle effigi sacre scolpite in bassorilievi di Santi e Madonne, ed apprendendo l’arte dell’incisione dei nomi sul marmo. Questo frammento biografico fa riflettere sull’inevitabile confronto che, in giovane età, ebbe con il concetto della morte, al quale le opere generate in età adulta hanno contrapposto colori luminosi e forme sinuose, secondo scelte che sembrerebbero testimoniare il superamento dei costrutti culturali legati alla caducità umana. Piuttosto, a quei vincoli l’artista contrapponeva una naturale e serena accettazione della sua essenza, in vero celebrata nelle sue forme più umili e gratificanti.
Questo percorso è culminato nella ricorrenza di soggetti religiosi, ed emblematica rimane la modellazione del volto del Cristo realizzata a Furbara, vicino Roma, in piena Seconda Guerra Mondiale. Testimonianze storiche ritraggono l’Artista in un gesto che lascia trapelare un messaggio di speranza, sostenuto da un sorriso che affianca all’entusiasmo per l’opera la fiducia in un futuro animato da valori e buoni propositi.
Negli anni a seguire, mentre l’Italia affrontava il peso della ricostruzione e ridisegnava il proprio ruolo sullo scenario internazionale, Domenico Ricco si chiuse in un silenzio artistico durato quasi vent’anni, prima di dare estro ad una rinnovata creatività animata da olii su tele. Ed è a partire dagli anni ’60 che impose una sua personale vena espressiva, fatta di immagini ritratte con semplicità ed immediatezza, pur cariche di una manualità densa e profonda come l’anima di chi resta lontano dalle lusinghe di un “boom economico” in ascesa.
Così, mentre dal 1958 al 1963 il progresso stava trasformando il Paese da nazione agricola a potenza industriale, l’Artista si votò a celebrare l’autenticità delle proprie origini ricercate nei luoghi, nelle tradizioni, negli usi e nei costumi, pur concedendosi rari momenti di abbandono sognante nella rivisitazione di soggetti esotici nei quali, spesso, riproponeva elementi del suo personale vissuto. Sono state queste, dunque, le leve che hanno ispirato la sua pittura tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’80, quando la perdita dell’amata consorte, Carmela Campese, aprì una crepa profonda tra le fondamenta del suo palco interiore.
Tuttavia, in quasi quarant’anni, le opere che produsse gli consentirono di osservare i cambiamenti del mondo rifugiandosi nella contemplazione di due dimensioni in particolare: il Cielo ed il Mare. Uno sguardo, dunque, concentrato sulle ragioni del proprio passato ma proiettato lungo linee di fuga sulle quali prendere le distanze da un processo di modernizzazione sociale che lasciava indietro il rispetto per un ancestrale, controverso bisogno di ingenuità. Questa celebrazione della semplicità non si soffermava sui tecnicismi, ma sui contrasti chiaroscuri e cromatici secondo uno stile che non indugiava sul dettaglio per dare corpo all’insieme, in un gesto di affermazione del Sostanziale che si imponeva attraverso le immagini di orizzonti e nuvole capaci di rapire. In altre parole, il suo stile rendeva plasticamente un silenzioso inchino ad una cultura dell’essenziale, che non necessitava di barocche superfluità. Si potrebbe ritenere che sia proprio questo il lascito di Domenico Ricco, un rinnovato senso di Prospettiva che, con accecante modernità, travalica l’approccio dogmatico e i costrutti contemporanei per ispirare la sensibilità di quanti, guardando indietro nel proprio Io, contribuiranno a nobilitare i tempi a venire.
Paolo Fiorella